Museo Galileo
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2. Prologo

Dopo la breve dedicatoria al «Serenissimo Granduca», l'opera si apre con la prefazione Al discreto lettore, plaudendo secondo gli obblighi diplomatici alla censura anticopernicana del 1616, quel «salutifero editto, che, per ovviare a' pericolosi scandoli dell'età presente, imponeva opportuno silenzio all'opinione Pittagorica della mobilità della Terra», una «prudentissima determinazione» di cui Galileo dichiarava di aver ricevuto «antecedente informazione» [VII, 29]. Giustificava poi il proprio scritto come un modo di far vedere al resto d'Europa, dove si muovevano accuse d'ignoranza alle gerarchie ecclesiastiche, che a Roma come altrove si trattavano certe materie con cognizione di causa [VII, 29-30]. Anche alla disposizione del revisore Niccolò Riccardi (direttamente sollecitata dal papa) che alla dottrina copernicana «non mai si conceda la verità assoluta, ma solamente la hipotetica», veniva devotamente data dignità teorica. Dopo aver illustrato i «capi principali» discussi nell'opera, Galileo concludeva riprendendo il motivo (caro ad Urbano VIII) della incertezza delle conoscenze umane, sottoposte all'incognita del libero ed onnipotente volere di Dio [VII, 30].