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1. Storia editoriale

Nel disegno filosofico di Galileo fin dagli anni padovani l'idea di un volume sulla costituzione dell'universo aveva subìto un rallentamento a seguito del processo del 1616, conclusosi con la sospensione di Copernico, con un'ammonizione verbale da parte del cardinale Bellarmino e con la dichiarazione di falsità della teoria della mobilità della Terra, ammissibile solo come ipotesi matematica, ma la cui verità in natura da quel momento in poi era divenuto impossibile difendere o sostenere.

Qualche spiraglio di speranza era parso balenare grazie all'elezione di Urbano VIII, la cui reputazione di papa illuminato e non pregiudizialmente avverso ai progressi scientifici spinse Galileo per due volte fino a Roma, nel 1624 e nel 1630, nel vano tentativo di riabilitazione del copernicanesimo. Fidando nella solidità diplomatica lincea, nelle amichevoli intercessioni del cardinale Friedrich Eutel von Zollern (a casa del quale aveva conosciuto Niccolò Riccardi, detto il Padre Mostro per la scarsa avvenenza, che già aveva concesso l'imprimatur al suo Saggiatore) e probabilmente lusingato dalle sei udienze concessegli dal «moderno pontefice» in persona, Galileo, forse già al ritorno dal primo viaggio, pensò di mettere in atto i propositi tenuti in mira fin dalla gioventù.

Il dialogo cui dichiara di lavorare sul finire del 1624 era però un «'Dialogo del flusso e reflusso', che si tira in conseguenza il sistema copernicano». Le maree, da un ventennio anch'esse nel mirino geocinetico di Galileo, gli avrebbero offerto il destro di trattare «diffusamente... i due sistemi tolemaico e copernicano», creando nella cerchia degli amici e sostenitori l'aspettativa di vedere «in luce le maraviglie di natura incognite all'antichità».

Interrotta negli anni successivi la scrittura per motivi di salute e beghe familiari, il lavoro non riprenderà se non nel settembre del 1629, lievitando dagli effetti alle cause e inglobando, al di là del moto di marea, «molti altri problemi et una amplissima confermazione del sistema copernicano, con mostrar la nullità di tutto quello che da Ticone e da altri vien portato in contrario».

Passibile di ritocchi, ma di fatto conclusa, l'opera approdò nel 1630 a Roma, dove Galileo si era recato con l'obiettivo specifico di ottenere l'imprimatur per un'edizione romana. La stampa sarebbe stata curata, di nuovo, dall'Accademia dei Lincei. La commissione di teologi incaricata di esaminare il Dialogo nel 1632, immediatamente prima del processo, avrebbe scritto a posteriori di come Niccolò Riccardi (che della commissione era membro), letto il manoscritto e giudicato il copernicanesimo di Galileo asserito troppo in assoluto, avesse fatto «risoluzione... che si rivedesse il libro e si riducesse a hipotetico» e lo avesse affidato a un suo collaboratore, il domenicano Raffaello Visconti, che lo rilesse e lo corresse «in molti luoghi». Altro appare però da una lettera scritta dallo stesso Visconti a Galileo nel giugno del 1630:

Il Padre Maestro gli bacia le mani, et dice che l'opera gli piace et che domattina parlerà con il Papa per il frontispizio dell'opera, et che del resto, accomodando alcune poche cosette, simili a quelle che accommodammo insieme, gli darà il libro.

Indipendentemente dal reale gradimento del Riccardi e dalla effettiva entità delle correzioni apportate, l'imprimatur, di fatto, fu concesso nell'estate del 1630.

Ma nel giro di pochissimo tempo lo scenario romano si incupì, per la morte improvvisa di Federico Cesi. E non solo: «per molti degni rispetti che io non voglio mettere in carta hora, oltra all'essere mancato di questa vita il s.r principe Cesis», scriveva a Galileo Benedetto Castelli, che evidentemente presagiva tempeste, «crederei che fosse ben fatto che V.S. molto Ill.re facesse stampare il suo libro costì in Firenze». Si seguì il consiglio. L'11 settembre arrivò l'imprimatur dell'Inquisizione fiorentina nelle persone di Pietro Niccolini, Vicario Generale, e Clemente Egidi, Inquisitore Generale, e il 12 settembre fu rilasciato il si stampi da Niccolò dell'Antella, Revisore Granducale. Il Padre Mostro ebbe in visione proemio e epilogo, mentre il corpo dell'opera, che avrebbe corso troppi rischi per decontaminazioni e quarantene imposte dallo scoppio di un'epidemia di peste, fu sottoposto in loco al controllo del domenicano fiorentino Giacinto Stefani, che apportò unicamente correzioni formali.

Per molti mesi non si ebbe da Roma nessuna notizia. «L'opera si sta in un cantone, la mia vita si consuma, et io la passo con travaglio continuo», scriveva Galileo al Segretario di Stato del Granducato di Toscana Andrea Cioli. Soltanto nel maggio del 1631, previe insistenze dell'ambasciatore toscano a Roma Francesco Niccolini, il Padre Mostro inviava all'Inquisitore Clemente Egidi le condizioni imposte da Urbano VIII alla concessione dei permessi. Tollerata al fine di controbattere alle accuse di ignoranza che venivano mosse dall'estero all'aristotelismo irriducibile della Chiesa, l'opera, quanto al titolo e al soggetto, non poteva vertere sul «flusso e reflusso», ma esclusivamente sulla «mattematica considerazione della posizione copernicana intorno al moto della Terra» e doveva esporre «le raggioni della divina onnipotenza... le quali devono quietar l'intelletto, ancorché da gl'argomenti Pittagorici non se ne potesse uscire». Il papa bandiva così le maree, per cautelarsi dal veder provata fisicamente una verità naturale che si voleva relegata a mera ipotesi matematica, e pretendeva che si mettessero a tacere le argomentazioni copernicane contrastanti con la Sacra Scrittura, opponendo loro le infinite possibilità operative dell'onnipotenza divina, davanti alle quali le modeste capacità della ragione umana non potevano se non capitolare.

Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, dedicato a Ferdinando II de' Medici Granduca di Toscana, si finì di stampare presso Giovambattista Landini il 21 febbraio 1632, con l'esibizione di tutte le autorizzazioni ottenute, sia a Roma che a Firenze. Noti a tutti gli esiti nefasti della pubblicazione. Meno nota, forse, la parte che vi ebbe la questione dell'imprimatur. Pochi mesi dopo l'uscita, nella lettera scritta dal Padre Mostro (ma solo materialmente) all'Inquisitore Clemente Egidi per bloccare la diffusione del libro, gli animi erano così maldisposti da sospettare addirittura che «l'impresa de' tre pesci», recante il motto grandior ut proles, non fosse il marchio tipografico del Landini, ma una bizzarria di Galileo allusiva alla politica nepotistica del papa, già da più parti criticata. In particolare gli veniva rimproverato di aver inserito fra i nullaosta delle autorità quello rilasciato dal Riccardi per l'edizione romana non fatta, visto che il Maestro del Sacro Palazzo non aveva «a che fare con le stampe di fuori» e, oltretutto, «era stato aggirato... col cavarli di mano con belle parole la sottoscrittione del libro». Galileo, poi, non aveva certo seguito alla lettera «tutto quel che Sua Santità comandava»: le maree erano di fatto portate come prova fisica del sistema copernicano e l'argomento papale dell'onnipotenza divina era stato messo in bocca a Simplicio, lo sprovveduto di turno, sciocco e credulone, che nel Dialogo incarnava l'ottusità aristotelica. Il processo, poi, seguì altre vie. Salvo qualche accenno nelle deposizioni e nelle testimonianze, la questione delle licenze di stampa, fondamentale per far istruire la procedura, non trovò spazio né nel dispositivo della sentenza, né nel testo dell'abiura, tutte incentrate sul veemente sospetto di adesione al «grave e pernicioso errore» copernicano. Il Dialogo fu proibito e inserito nell'Indice il 23 agosto 1634, procurando al tipografo Landini ingenti perdite, delle quali cercò di farsi risarcire da Galileo per vie legali. La macchina della censura ecclesiastica, però, non aveva funzionato e lo strumento dell'imprimatur si era rivelato questa volta profilassi inefficace contro la libera circolazione delle idee.