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2. La Lettera a Benedetto Castelli

L'opportunità di dire la propria in merito ai rapporti tra teoria eliocentrica e testo biblico venne offerta a Galileo da un episodio che vide protagonista il suo discepolo Benedetto Castelli, a quel tempo professore di matematica presso lo Studio di Pisa. Il 14 dicembre 1613 Castelli scrisse a Galileo di aver partecipato due giorni prima ad un pranzo granducale, presenti Cosimo II, la moglie Maria Maddalena d'Austria, la granduchessa madre Cristina di Lorena, Antonio de' Medici, Giovanni Paolo Orsini e Cosimo Boscaglia, filosofo dello Studio di Pisa. A tavola la granduchessa lo aveva interrogato sul moto della Terra e sulla sue dissonanze con le Sacre Scritture.

Appena sette giorni dopo, il 21 dicembre 1613, Galileo si rivolgeva al discepolo in forma epistolare, sviscerando il problema dell'accordo tra copernicanesimo e testi sacri, ed esprimendosi più in generale sul significato ed il valore dei contenuti scritturali in ambito scientifico. La Lettera a Benedetto Castelli [V, 281-288] contiene i capisaldi delle posizioni esegetiche che Galileo avrebbe in seguito dettagliato ed articolato nella celebre Lettera a Cristina di Lorena (1615), e ne anticipa i contenuti essenziali. Nonostante in via di principio la Scrittura non possa errare, possono però sbagliare i suoi interpreti nell'intenderne il significato genuino [V, 282]. Per quanto poi la Sacra Scrittura e la natura scaturiscano entrambe dal «Verbo divino», la prima deve adattarsi alle capacità di comprensione della gente comune, mentre la seconda segue inesorabilmente le sue proprie leggi: linguaggio biblico e linguaggio naturale sono nettamente distinti e tesi a due diverse finalità [V, 282]. Le acquisizioni scientifiche non possono perciò venire invalidate dal ricorso a passi scritturali che paiono giungere a conclusioni contrastanti [V, 283]. L'astronomia e le altre scienze della natura, delle quali pochissimo si parla nella Bibbia, vanno indagate dunque in modo autonomo: Dio ci ha dato infatti la possibilità di intendere il suo Verbo fatto natura attraverso i sensi e la ragione [V, 284].

Galileo entra poi nel merito del passo biblico invocato da Cristina di Lorena contro Copernico nel corso della discussione col Castelli. Si tratta del miracolo narrato in Giosuè, 10, 11-13, in cui Dio ferma il Sole al fine di prolungare il giorno e favorire così la vittoria degli Israeliti sugli Amorrei. Interpretandoli in modo strettamente letterale, quei versetti trovano rispondenza più nelle tesi copernicane che nella dottrina tolemaica [V, 285 e ss.].

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