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Christoph Grienberger

1561-1636

Il tirolese Christoph Grienberger fu ammesso nell'ordine dei Gesuiti nel 1580. Scolaro di Cristoforo Clavio (1538-1612), fu suo successore nella cattedra di matematica al Collegio romano. Grienberger fu inizialmente scettico circa l'esistenza dei Pianeti Medicei, che considerava frutto di un'allucinazione, ma, dopo aver compiuto ripetute osservazioni con un telescopio di grande precisione, ne riconobbe la veridicità. Assieme al maestro e ad altri due padri gesuiti nel 1611, su sollecitazione del cardinal Bellarmino che chiedeva chiarimenti in merito, sottoscrisse una dichiarazione in cui venivano confermate le conclusioni galileiane. L'anno successivo il matematico gesuita pubblicò un catalogo stellare dal titolo Catalogus veteres affixarum longitudines conferens cum novis (Roma, 1612) nel quale lodava l'utilizzo del telescopio per le osservazioni celesti nella persona del suo alfiere.

Ma negli anni che seguirono in seno alla Compagnia di Gesù maturarono profondi sentimenti antigalileiani e lo stesso Grienberger finì per passare dalla parte dei detrattori. Nel 1619, dopo la reazione di Galileo alla Disputatio astronomica (Roma, 1619) del gesuita Orazio Grassi (c. 1590-1654) riguardante tre comete apparse l'anno prima, il matematico gesuita avrebbe desiderato stendere una risposta contro Galileo pienamente solidale con la posizione del Grassi, basata sul sistema cosmico di Tycho Brahe e, come emerse successivamente, fatta propria da buona parte del Collegio Romano.

Molti anni dopo, in una lettera a Elia Diodati (1576-1661) Galileo indicò proprio nella stizza dei Gesuiti la causa delle sue sventure: "la rabia de' miei potentissimi persecutori si va continuamente inasprendo. Li quali finalmente hanno voluto per se stessi manifestarmisi, atteso che, ritrovandosi uno mio amico caro circa due mesi fa in Roma a ragionamento col P. Christoforo Grembergero Giesuita, mathematico di quel Collegio, venuti sopra i fatti miei, disse il Giesuita all'amico queste parole formali: «se il Galileo si havesse saputo mantenere l'affetto dei Padri di questo Collegio, viverebbe glorioso al mondo e non sarebbe stato nulla delle sue disgrazie, e harebbe potuto scrivere ad arbitrio suo d'ogni materia, dico anco di moti di terra, etc.». Sì che V.S. vede che non è questa né quella opinione quello che mi ha fatto e fa la guerra, ma l'essere in disgrazia dei Giesuiti" (Ed. Naz. XVI, 116-117).