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6. Quarta giornata

Il tema delle maree è di fatto l'argomento esclusivo della Quarta giornata, già da tempo sviscerato nel Discorso del flusso e reflusso del mare [V, 373-395], mai pubblicato da Galileo, ma circolante fin dal 1616. Senza por tempo in mezzo, già dalle prime battute si evidenzia il legame fra moto di marea e moto della Terra, in assenza del quale qualsiasi variazione di livello nel mare sarebbe impossibile [VII, 442-444]. Di fronte agli argomenti (erroneamente) addotti da Salviati contro un coinvolgimento dell'azione lunare sul flusso e reflusso del mare [VII, 445-447], Simplicio osserva che, «quando non [...] fusser porte ragioni piú conformi alle cose naturali», si dovrebbe ritenere il fenomeno «un effetto sopra naturale, e per ciò miracoloso e imperscrutabile da gl'intelletti umani, come infiniti altri ce ne sono, dependenti immediatamente dalla mano onnipotente di Dio». Al primo manifestarsi in bocca a Simplicio della posizione di papa Urbano VIII, Sagredo e Salviati chiedono pazienza: la spiegazione delle maree fondata sul moto terrestre è così lampante, che merita ascoltare «i discorsi contenuti dentro a i termini naturali», prima di invocare miracoli soprannaturali [VII, 447-448].

Con l'esempio dell'andamento oscillatorio dell'acqua contenuta in un vaso cui venga conferito un movimento, Salviati chiarisce come la combinazione dei due moti, annuo (su se stessa) e diurno (intorno al Sole), della Terra causi le continue accelerazioni e decelerazioni delle sue parti, e di conseguenza il fluttuare delle acque [VII, 450-454]. Oltre a questa «potissima e primaria causa del flusso e reflusso, senza la quale nulla seguirebbe di tale effetto», vi sono «altre diverse cause concomitanti» che concorrono a formare e a influenzare la marea, ma non potrebbero causarla da sole: la tendenza naturale dell'acqua a tornare in equilibrio una volta sollevata; la maggior frequenza delle «reciprocazioni» negli spazi più brevi e nei bacini più profondi; i diversi moti dell'acqua all'estremità e al centro degli invasi; i diversi comportamenti dell'acqua negli oceani, nei piccoli mari o nei laghi e l'influsso sulle maree della loro forma e della loro posizione geografica [VII, 454-462].

Simplicio sfodera l'imposizione di Bellarmino e della gerarchia ecclesiastica tutta: di movimento terrestre si può parlare soltanto ex suppositione, non in termini di verità. Fuori dall'astrazione matematica, cioè nel campo della fisica, non restano che gli argomenti aristotelici classici contro il moto della Terra, basati unicamente sui sensi e su una concezione del mondo organizzata nei quattro elementi aria, acqua, terra e fuoco [VII, 462-463]. Salviati risponde punto per punto con l'aiuto di alcune dimostrazioni matematiche, poste a fondamento della nuova fisica [VII, 463-486], e con l'efficace spalla di Sagredo, così affascinato dal sistema copernicano, da affermarne esplicitamente la verità riguardo alla struttura dell'universo ed ai moti di alcuni pienteti (esclusa, ovviamente la Terra): «noi siamo certi che Mercurio, Venere e gli altri pianeti si volgono intorno al Sole, e che la Luna si volge intorno alla Terra. Ma come poi ciascun pianeta si governi nel suo rivolgimento particolare e come stia precisamente la struttura dell'orbe suo, che è quella che vulgarmente si chiama la sua teorica, non possiamo noi per ancora indubitatamente risolvere» [VII, 480]. Una critica rispettosa non è risparmiata neppure a Keplero, «il quale, d'ingegno libero ed acuto, e che aveva in mano i moti attribuiti alla Terra», ha però «dato orecchio ed assenso a predominii della Luna sopra l'acqua, ed a proprietà occulte, e simili fanciullezze» [VII, 486]. In effetti, riguardo alle osservazione di un legame stretto fra le maree e i movimenti della Luna, era Keplero ad avere ragione, mentre a Galileo toccava questa volta essere schiavo di un pregiudizio antiastrologico che sarebbe stato sfatato di lì a poco in un sistema newtoniano di reciproca attrazione gravitazionale fra i pianeti.

Esaurito il tema del moto di marea, e riepilogate da Sagredo le tre principali «attestazioni a favor del sistema Copernicano», ovverosia le «stazioni e retrogradazioni de i pianeti e… i loro accostamenti e allontanamenti dalla Terra», la «revoluzion del Sole in se stesso e… quello che nelle sue macchie si osserva» e, in ultimo, «i flussi e reflussi del mare», Simplicio, non riuscendo ad uscire dalla strettezza degli «argomenti Pittagorici», chiama nuovamente in causa l'onnipotenza divina, attribuendone al papa la paternità, pur senza farne esplicitamente il nome:

quanto poi a i discorsi avuti, ed in particolare in quest'ultimo intorno alla ragione del flusso e reflusso del mare, io veramente non ne resto interamente capace; ma per quella qual si sia assai tenue idea che me ne son formata, confesso, il vostro pensiero parermi bene piú ingegnoso di quanti altri io me n'abbia sentiti, ma non però lo stimo verace e concludente: anzi, ritenendo sempre avanti a gli occhi della mente una saldissima dottrina, che già da persona dottissima ed eminentissima appresi ed alla quale è forza quietarsi, so che amendue voi, interrogati se Iddio con la Sua infinita potenza e sapienza poteva conferire all'elemento dell'acqua il reciproco movimento, che in esso scorgiamo, in altro modo che co 'l far muovere il vaso contenente, so, dico, che risponderete, avere egli potuto e saputo ciò fare in molti modi, ed anco dall'intelletto nostro inescogitabili. Onde io immediatamente vi concludo che, stante questo, soverchia arditezza sarebbe se altri volesse limitare e coartare la divina potenza e sapienza ad una sua fantasia particolare [VII, 487-488].

La battuta conclusiva di Salviati addomestica l'argomento di Simplicio (e del papa) equiparandolo di fatto alla «mirabile e veramente angelica dottrina» delle maree. La teoria papale, «pur divina» (e si esalta tacendo la divinità dell'altra),

mentre ci concede il disputare intorno alla costituzione del mondo, ci soggiugne (forse acciò che l'esercizio delle menti umane non si tronchi o anneghittisca) che non siamo per ritrovare l'opera fabbricata dalle Sue mani. Vaglia dunque l'esercizio permessoci ed ordinatoci da Dio per riconoscere e tanto maggiormente ammirare la grandeza Sua, quanto meno ci troviamo idonei a penetrare i profondi abissi della Sua infinita sapienza [VII, 488-489].

L'ultima parola a Sagredo, che conclude il Dialogo lasciando aperte le porte alla «nuova scienza… intorno ai moti locali, naturale e violento». Ma non subito: Salviati ha speso tutte le energie nel sistema cosmico e ha bisogno di «qualche intervallo di riposo». Così invita gli amici: «in tanto potremo, secondo il solito, andare a gustare per un'ora de' nostri freschi nella gondola che ci aspetta» [VII, 489].