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5. La Lettera a Cristina di Lorena

Nonostante fosse stato consigliato più volte di non addentrarsi in questi argomenti, Galileo non mostrava alcuna intenzione di attestarsi sulle posizioni indicate dal cardinale Bellarmino nella lettera del 12 aprile 1615 indirizzata a Paolo Antonio Foscarini, autore della Lettera sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico della mobilità della Terra e stabilità del Sole, e del nuovo pittagorico sistema del mondo (Napoli, 1615): il copernicanesimo non poteva essere accettato come verità filosofica, ma soltanto come ipotesi matematica, altrimenti si sarebbe rischiato di condannare la Sacra Scrittura alla falsificazione, oltre a indurre all’ira i teologi delle scuole. Sicuro non solo della fondatezza delle proprie convinzioni cosmologiche, ma anche della persuasività dei propri argomenti a favore della conciliabilità fra tesi eliocentriche e testo biblico, Galileo rimaneggiò la Lettera a Benedetto Castelli indirizzandone una versione fedele nei contenuti, ma assai più ampia ed articolata, alla Granduchessa madre di Toscana, Cristina di Lorena.

Nella Lettera a Cristina di Lorena [V, 309-348], in aggiunta ai passi già elencati a sostegno delle proprie tesi [ad esempio V, 317 o V, 346], Galileo allarga il campo per rispondere a quanto scaturito dal dibattito successivo alla Lettera a Benedetto Castelli, soffermandosi in particolare sui rilievi emersi nella polemica fra Roberto Bellarmino e Paolo Antonio Foscarini. Galileo, comunque, accusa apertamente i suoi detrattori di aver montato ad arte, «col manto di simulata religione», il problema dell’incompatibilità fra teorie copernicane e Sacra Scrittura, nel tentativo «di fare scudo alle fallacie de’ lor discorsi» in difesa della tradizione cosmologica aristotelico-tolemaica. Hanno urlato perfino dai pulpiti contro il copernicanesimo, preconizzandone un’imminente condanna per eresia, «con poco pietoso e men considerato aggravio non solo di questa dottrina e di chi la segue, ma di tutte le matematiche e de’ matematici insieme» [V, 311].

La Scrittura, è vero, non può errare, ma bisogna comprenderne il senso genuino, che non si può «negare esser molte volte recondito e molto diverso da quello che suona il puro significato delle parole». Fermarsi al significato letterale è perciò fonte di errore, contraddizione, se non in certi casi di eresia, perché quelle parole «furono in tal guisa profferite da gli scrittori sacri per accomodarsi alla capacità del vulgo assai rozo e indisciplinato», in particolare riguardo alle questioni di filosofia naturale, le più difficili in assoluto ad essere capite. La natura, «osservantissima essecutrice de gli ordini di Dio» e la Scrittura Sacra, «dettatura dello Spirito Santo», procedono «di pari» dal Verbo divino. La natura, però, «inesorabile ed immutabile, e mai non trascendente i termini delle leggi impostegli, come quella che nulla cura che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini», non può essere altrimenti compresa se non attraverso sensate esperienze e necessarie dimostrazioni, che non devono esser falsificate da contraddizioni apparenti nel testo biblico, dovute soltanto all’imperizia scientifica degli interpreti [V, 314-317].

Anche qui Galileo continua, con estrema decisione e in linea con le lettere precedenti, a rivendicare l’indipendenza dell’indagine naturalistica da ogni ingerenza dell’autorità teologica, che ha giurisdizione in materia di fede, ma non in materia di scienza: «io… direi quello che intesi da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado, ciò è l’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo» [V, 319].

A parte lo stile epistolare, la lettera è di fatto un trattato vero e proprio, con tanto di riferimenti alle autorità teologiche (in primo luogo S. Agostino), invocate a difesa di nuove interpretazioni e in grado di sostenere la congruenza tra dettato scritturale e cosmologia copernicana. Galileo rivendica inoltre la libertà nell’indagine naturale, negando di esser giunti alla completa conoscenza della realtà. («E chi vuol por termine alli umani ingegni? Chi vorrà asserire già essersi veduto e saputo tutto quello che è al mondo di sensibile e di scibile?»). La conoscenza della natura, basata sul mettere continuamente in dubbio le conclusioni raggiunte, è desiderio connaturato all’uomo, e porle limiti equivale ad impedirne il progresso:

non si dovrà… precluder la strada al libero filosofare circa le cose del mondo e della natura, quasi che elleno sien di già state con certezza ritrovate e palesate tutte. Né si dovrebbe stimar temerità il non si quietare nelle opinioni già state quasi comuni, né dovrebb’esser chi prendesse a sdegno se alcuno non aderisce in dispute naturali a quell’opinione che piace loro, e massime intorno a problemi stati già migliaia d’anni controversi tra filosofi grandissimi, quale è la stabilità del Sole e mobilità della Terra [V, 320-321].

Non sarà sufficiente «serrar la bocca ad un solo» per eliminare il copernicanesimo dalla faccia della Terra e neppure proibire il libro di Copernico e gli scritti dei suoi seguaci. «Bisognerebbe interdire tutta la scienza d’astronomia intiera, e più vietar a gli uomini guardar verso il cielo», perché il progresso della conoscenza va avanti autonomamente, con buona pace di chi lo voglia ostacolare [V, 328]. Senza alcuna malizia, ma con una punta d’ingenuità, nel far rilevare l’illogicità di un atteggiamento censorio Galileo centrava inconsapevolmente il nodo storico del repentino accanimento contro il De revolutionibus di Copernico dopo più di settant’anni dalla sua pubblicazione.

Ma il proibire il Copernico, ora che per molte nuove osservazioni e per l’applicazione di molti literati alla sua lettura si va di giorno in giorno scoprendo più vera la sua posizione e ferma la sua dottrina, avendol’ammesso per tanti anni mentre egli era men seguito e confermato, parrebbe, a mio giudizio, un contravvenire alla verità, e cercar tanto più di occultarla e supprimerla, quanto più ella si dimostra palese e chiara [V, 328-329].

Annunciata già nel febbraio 1615 e quasi terminata alla metà di maggio, la Lettera a Cristina di Lorena fu con ogni probabilità definitivamente completata nel giugno del 1615. In questo periodo Galileo aveva già avuto notizia della minacciosa deposizione di Tommaso Caccini, il che contribuì forse a convincerlo dell’opportunità di non pubblicarla, affidandone la trasmissione delle proprie idee ad un’accorta diffusione di copie manoscritte.

 

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