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4. Second day (in Italian only)

Tema centrale della Seconda giornata è il moto diurno della Terra. Quasi all'esordio del dibattito, dopo un attacco alla «pusillanimità d'alcuni seguaci d'Aristotele» che hanno il terrore di «mutare opinione», cosa che lui stesso farebbe correggendo anche i propri scritti, una volta viste «le novità scoperte in cielo» [VII, 134-138], Salviati elenca i motivi principali per ammettere il moto terrestre intorno al proprio asse.

Prima di tutto una rotazione su se stesso del nostro piccolo pianeta è più semplice e plausibile rispetto ad una circonvoluzione dell'immensa sfera celeste che dovrebbe essere rapidissima durando solo ventiquattr'ore. La natura infatti «non opera con l'intervento di molte cose quel che si può fare col mezo di poche» [VII, 142].

In secondo luogo, ammettendo una Terra assolutamente immobile secondo il sistema tolemaico, il moto della sfera celeste deve avvenire nella direzione opposta (da est a ovest) rispetto a quello dei pianeti (che procede da ovest a est), mentre nel caso di una Terra in movimento su se stessa il senso del suo moto da occidente verso oriente coinciderebbe con quello degli altri pianeti [VII, 143-144].

Oltretutto, mentre i pianeti sono tanto più veloci quanto più sono vicini al centro della loro rotazione (Saturno compie la sua rivoluzione in 30 anni, Giove in 12, Marte in 2), sarebbe ben strano che la sfera delle stelle fisse (la più esterna) si volgesse attorno al centro dell'universo in un tempo estremamente più breve in confronto ai pianeti che gli sono più prossimi [VII, 145].

Attribuendo un moto diurno alla Terra si elimina inoltre l'inconveniente delle differenze che si darebbero in una «sfera stellata mobile» tra le stelle circostanti l'equatore che dovrebbero muoversi «velocissimamente in cerchi vastissimi» e quelle vicine ai poli che invece ruoterebbero «lentissimamente in cerchi piccolissimi», e si risolve anche il problema della precessione degli equinozi, per cui uno stesso astro dovrebbe cambiare posizione (e conseguentemente velocità), seppure a distanza di un lungo lasso di tempo [VII, 145-146].

Per giunta, rileva ancora Salviati, quanto dovrebbe esser solida quella sfera sulla quale sono «così tenacemente saldate» tante stelle, mai scompaginate da una così turbinosa rotazione? Né si potrebbe credere che una conversione in grado di trascinare «l'innumerabil moltitudine» delle stelle fisse insieme a tutti i pianeti, non avesse alcuna ripercussione sul «solo piccol globo della Terra», unico a restar «contumace e renitente a tanta virtú», senza esser trascinato via da un tale irresistibile vortice. Non si tratta di prove certe del moto diurno della Terra, conclude Salviati, ma di alcune soluzioni che lo rendono «non del tutto improbabile» [VII, 146-148].

La discussione si sposta quindi sulla confutazione degli argomenti contrari al moto della Terra portati dagli antichi (Aristotele e Tolomeo) e ripresi dai moderni (Tycho Brahe), secondo i quali se la Terra si muovesse, il comportamento dei corpi in caduta non dovrebbe essere quello che l'esperienza ci mostra quotidianamente. Un sasso lasciato cadere da una torre, per esempio, non atterrerebbe al piede dell'edificio, ma più in là verso oriente, perché nel lasso di tempo impiegato a scendere, la Terra si sarebbe già spostata. Lo stesso, adducevano a prova, avviene se una palla di piombo precipiti dalla sommità dell'albero di una nave: se l'imbarcazione si trova in quiete, la palla toccherà il suolo vicino alla base dell'albero, mentre «quando la nave cammini, la sua percossa sarà lontana dall'altra per tanto spazio quanto la nave sarà scorsa innanzi nel tempo della caduta del piombo» [VII, 152].

Non solo Salviati chiarisce sulla base dell'esperienza che le prove degli anticopernicani sono false, perché un grave caduto dall'albero di una nave batte nello stesso punto sia che la nave si muova, sia che stia ferma [VII, 170], ma va oltre spiegando come il moto sia moto solo rispetto a ciò che si trovi in quiete, mentre per chi stia all'interno di un certo sistema di riferimento (sia una nave oppure sia la Terra) è impossibile stabilire se il sistema di cui è parte sia in quiete o in movimento, perché il suo eventuale moto resta impercettibile per le sue singole parti, che si muovono con lui. Quindi per queste il moto del sistema è «come se non fusse» [VII, 197]. Con una finezza letteraria ed espressiva quasi pittorica Salviati chiarisce ulteriormente il concetto con l'esempio di un «gran navilio», all'interno del quale passeggeri e suppellettili hanno comportamenti analoghi, sia esso in navigazione oppure attraccato al porto. La causa di tutto questo è «l'esser il moto della nave comune a tutte le cose contenute in essa ed all'aria ancora» [VII, 212-213]. Nelle note marginali alla propria copia del Dialogo Galileo definirà questa del «navilio» un'«esperienza con la qual sola si mostra la nullità di tutte le prodotte contro al moto della Terra».

Questo «moto universale della nave» è inoltre un moto inerziale che la porta a navigare perpetuamente una volta ricevuta la spinta al movimento, mancando la quale resterebbe perpetuamente in quiete. Cenni all'inerzia ritornano più volte durante la Seconda giornata, in riferimento a corpi mobili che «rimossi tutti gli ostacoli accidentarii ed esterni», continuano «a muoversi, con l'impulso concepito una volta, incessabilmente e uniformemente» [VII, 53; VII, 172-175; VII, 201]. Si lasci alla storiografia stabilire, caso fosse mai possibile, se Galileo concepisse il moto inerziale unicamente come circolare (cioè proprio di corpi che, in quanto gravi, tendono sempre a raggiungere il centro del proprio sistema di riferimento) o se ammettesse anche la possibilità in natura della prosecuzione indefinita del moto rettilineo, anche perché in Galileo non si può sensatamente parlare di formulazione del principio d'inerzia come se fossimo nell'ambito della moderna fisica newtoniana, ma solo di alcune considerazioni preliminari al principio della relatività del moto.

La giornata si conclude con la demolizione di altri argomenti marginali opposti dai peripatetici per bocca di Simplicio all'ipotesi del moto diurno della Terra, dal vento impetuoso che questa rotazione dovrebbe cagionare [VII, 278-279], all'ottundimento dei nostri sensi che non percepirebbero quel moto [VII, 279-280], all'impossibilità per la Terra di muoversi di tre moti diversi [VII, 282-289], all'assurdità che elementi diversi come aria, acqua, terra e fuoco possano compiere le stesse operazioni [VII, 290], fino ai più fantasiosi come quello preso da Scipione Chiaramonti, secondo cui la Terra, essendo un essere vivente, dovrebbe ogni tanto riposarsi, fiaccata da questo moto perpetuo [VII, 293-298].