Museo Galileo
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3. The compass (in Italian only)

Venendo alla questione del compasso, Galileo ricorda in primo luogo il gran numero di esemplari costruiti sotto la sua direzione: più di cento a Padova, e altri a Urbino, Firenze e in alcune città tedesche [II, 533]. Ricorda quindi alcune delle persone più illustri che ne possedevano una copia e allega quattro attestati, selezionati tra molti altri, che confermano le sue affermazioni [II, 534]. La prima parte di questa Difesa è una cronistoria del confronto pubblico che portò alla condanna del Capra da parte dei Riformatori dello Studio di Padova. Galileo fu informato del plagio dall'amico Jacopo Cornaro che aveva ricevuto una copia dell'Usus er fabrica circini dall'autore stesso, copia rispedita immediatamente al mittente con una lettera di protesta.

Procuratosi il libro, Galielo cominciò a sottolineare il «numero grandissimo di nefandissimi errori» [II, 538], decidendo successivamente di querelare Baldassarre Capra per il plagio e le calunnie. I due furono chiamati dai Riformatori a un confronto diretto durante il quale Galileo, con una copia postillata del libro, sottopose il Capra a un umiliante 'interrogatorio'. Dopo aver ricordato il precedente plagio di Zieckmesser [II, 545], chiamato in causa dallo stesso Capra nel tentativo di giustificare le proprie tesi, Galileo si soffermò su alcuni luoghi del libro che apparivano come aggiunte personali del Capra per dimostrarne l'infondatezza e gli errori. Tra questi vi era in primo luogo una linea non inclusa nel compasso di Galileo che serviva a trovare i lati dei corpi regolari; per tracciare questa linea il Capra si era servito di una figura geometrica che Galileo dimostrò essere stata ripresa senza comprenderne il significato da una dimostrazione euclidea di padre Clavio [II, 551]. La vera umiliazione del Capra iniziò con la banale domanda di quanti fossero i corpi regolari, domanda alla quale il milanese non seppe rispondere nonostante nel libro avesse scritto che erano cinque [II, 551]. La domanda di Galileo era giustificata dal fatto che in un altro luogo del capitolo in questione Capra aveva scritto che erano sei. Le difficoltà dell'imputato aumentarono quando Galileo gli chiese, con pungente ironia, la differenza tra il cubo e l'esaedro [II, 553], che nel testo l'autore sembra considerare due figure diverse, oppure la somma dei lati di un triangolo che da una figura del libro risultava essere uguale a 183° [II, 558]. Altra evidente incapacità di intendere le ragioni geometriche del compasso si poteva riscontrare nella costruzione del quadrante che Capra sembra aver inteso come una scala formata da intervalli uguali anziché ineguali [II, 554].

La sentenza fu emessa il 4 maggio 1607 e pubblicata nello Studio di Padova [II, 560]. Baldassarre Capra fu condannato e le copie del libro furono tutte sequestrate: 440 presso lo stampatore e 13 in casa dell'autore. Tuttavia, dal momento che 30 copie era già state inviate dall'autore in «diverse parti d'Europa» [II, 561], Galileo si sentì in dovere di pubblicare la Difesa per informare gli studiosi, punto per punto, sui numerosi errori commessi dal Capra.

La seconda parte della Difesa sul compasso contiene quindi una minuziosa disamina del testo latino che sottolinea le parti chiaramente copiate dal testo di Galileo, quelle desunte da un manoscritto lasciato a Padova da Jan Eutel Zieckmesser, noto allo stesso Galileo, e le nefandezze attribuibili alle aggiunte del Capra.