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Vincenzo (di Michelangelo) Galilei

1608-?

Vincenzo, primogenito di Michelangelo Galilei (1575-1631), nacque nel 1608 in Baviera, dove il padre lavorava come musicista di corte. Dopo di lui seguirono altri sette figli, e proporzionalmente aumentarono i problemi economici di Michelangelo. Le difficili condizioni in cui versava lo costrinsero nel 1627 a riportare la famiglia in Italia, perché Galileo se ne accollasse il mantenimento.

All'inizio del 1628 Vincenzo si recò a Roma per attendere agli studi musicali, ricevere la tonsura e poter così beneficiare di una pensione ecclesiastica alla quale il cugino Vincenzo (1606-1649), figlio di Galileo, aveva dovuto rinunciare, vincolata com'era all'obbligo della chierica, cui non volle mai sottomettersi.

Di questo periodo rimangono alcune lettere tra Benedetto Castelli (1577/8-1643), da poco lettore di matematica allo Studio di Roma, e Galileo. Il ragazzo, dopo un avvio promettente come suonatore di liuto, talento ereditato dal nonno e dal padre, finì per perdersi nelle tentazioni della grande città, dissipando i denari che gli erano stati messi a disposizione dalla generosità dello zio e guadagnandosi il rientro forzato a Firenze. Alcuni stralci della lettera di sfogo con cui Benedetto Castelli informò Galileo del comportamento sconsiderato del nipote sono utili per comprendere il carattere del giovane:

« E prima deve sapere, che nel bel principio che venne qua il Sig.r Vincenzo, mi cominciò a dar qualche sospetto di essere ostinato e di poca devozione, perché bisognai con gran fatica adoperarmi a farli fare la chierica, e con qualche difficoltà si ridusse a recitare l'officio della Madonna, al che è obligato, oltre il peccato mortale, alla restituzione de' frutti della pensione. Secondariamente, cominciò a trattare, senza dirmi cosa alcuna, di volere comprare un anello con un diamantino. Io lo seppi, e gli ne feci una bona passata con ogni termine. Terzo, per mezo del suo ospite e del Sig.r Giuliano Landucci non è stato mai possibile a poterlo indurre a devozione di sorte alcuna, e si ridusse al sabbato santo a sera a confessarsi. Le prediche e sermoni sono aborrite da lui come cose di niente. Sopra di queste cose più volte l'ho fatto chiamare, e gli ho parlato con quel maggiore affetto che ho saputo e potuto; ma se ha mostrato per due o tre giorni farne qualche conto, non ho visto meglioramento nessuno: anzi essendoli stato avvertito e da me e dal Sig.r Crivelli, cavagliere assai compito, che debba con maggiore diligenza attendere ai studii, gli è bastato l'animo di dire che la quaresima è passata e che non vol prediche, e che le parole che gli entrano per un'orecchia escono per l'altra, e che non è un frate né una monaca; e in somma lo ritrovo tanto indisciplinabile e ostinato e ribelle, quanto possa essere un giovane della sua età. Ma quello che mi ha finito da chiarire è, che havendo da me ordine espresso di non stare fuora di casa la notte, questi giorni passati stette una notte senza ritornare a casa; et havendolo io fatto chiamare per farli la correzzione, come andava fatta, mi cominciò a volere stampare scuse di certi compagni tedeschi musici; delle quali scuse non ne volsi sapere altro, ma li ricordai quello che nel principio li haveva detto, che queste prattiche sarebbero la ruvina sua nel corpo, nell'anima e nella riputazione, e che io l'haverei abbandonato, e che sarebbe abbandonato da tutti i boni e da V. S. in particolare. Le risposte proterve e insolenti furono tali, che mi parvero più da matto che da vizioso. Mi replicò in faccia che non voleva prediche, che quello che li dicevo in un orecchio usciva per l'altro, e, quel che fu peggio di tutto, mi disse queste precise parole: Perché credete voi che mio padre e mio zio mi habbino mandato qua? Forsi che mio padre non mi poteva insegnar meglio d'ogn'altro? L'hanno fatto perché non vogliono haver cura di me. Io restai stordito; con tutto ciò lo minacciai per sino di castigarlo di mia mano come un matto, e che se non pensava di mutar stile, che haverei fatta risoluzione di dar conto d'ogni cosa al Ser.mo di Baviera e a V.S., e che io mi era trattenuto per non amareggiarla; e in somma feci il debito mio, e li dissi che questa sarebbe stata l'ultima volta di adoperar parole. »
(Ed. Naz. vol. XIII, p. 427)

In una lettera di poco posteriore Benedetto Castelli, rincarando la dose, manifestò la preoccupazione che il ragazzo fosse addirittura indemoniato e in odore di eresia, motivo per cui l'unica via praticabile risultò, infine, quella del ritorno a Firenze nella speranza che almeno Galileo riuscisse a "governarlo".

« Credo che il nostro Sig.r Giuliano Landucci habbia dato parte a V.S. molto Ill.re di una stravaganza del Sig.r Vincenzo, la quale mi fa cascare le braccia totalmente, e resto confuso e disperato totalmente di potere da me solo aiutarlo; e però mi sono risoluto raccomandarlo alla bontà di Dio con tutto il cuore, e darne ancora io conto a V.S. Sappia dunque che quel vizio che nell'altra mia chiamai poca devozione trapassa all'ultimo segno d'impietà, perché, mentre era ammonito con carità dal suo ospite, proruppe a dire che non era mica un pazzo come noi altri a adorare un pezzo di muro dipinto. Prudentemente li fu risposto da l'ospite, che credeva che dicesse quelle parole fuori del serio, ché quando le havesse dette da dovero, lui era obligato a denunciarlo al S.to Officio, e che sarebbe abbrusato vivo in Campo di Fiore. Mostrò di spaventarsi un poco: con tutto ciò séguita i suoi costumi alla peggio senza rispetto, ed ha hauto a dire di più queste parole formate: Hora che il P. D. Benedetto sa le cose mie, non mi curo più né di lui, né di Mons.r Ciampoli, né di nessuno, e voglio fare a mio modo; e mio zio (intendendo di V.S.) mi ha mandato qua, perché più non mi poteva governare. Qui noto l`animo perverso e la pazzia espressa; e perché il negozio è gravissimo e per sè stesso e per le consequenze, giudico necessario venire a` ferri e forze; e prego V. S. a fare che ritorni a Firenze… »
(Ed. Naz. vol. XIII, p. 430)

A peggiorare la situazione, durante il soggiorno romano di Vincenzo, si ebbe notizia della morte del Vicario di Brescia, al quale competeva il pagamento della pensione di 60 scudi, per la quale tanto si era speso Galileo. Dopo quattro anni di beghe per la riscossione della pensione, si concludeva così una vicenda che aveva tolto non poche energie a Galileo e agli amici da lui coinvolti per portare a termine il negozio.

Vincenzo tornò a Firenze prima e in Baviera poi. Da una lettera del fratello, Alberto Cesare, a Galileo del 1636 si ha notizia del suo trasferimento in Polonia a servizio di un principe come suonatore di liuto, quasi a chiudere il cerchio che aveva visto lo scapestrato Michelangelo Galilei, da giovane, cercar fortuna proprio là ai primi del secolo.

I tre figli di Michelangelo, unici sopravvissuti della grande famiglia, furono inizialmente beneficiari di un legato di mille scudi da parte dello zio Galileo, il quale, però, modificò il testamento nel 1638 revocando loro il lascito previsto nella prima stesura.