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Introduzione

L’immagine di Galileo, primo scienziato moderno libero da pregiudizi e fiducioso nei propri mezzi d’indagine, è un topos che nasce in seno ai suoi più stretti collaboratori. Fedeli allievi che in segno di devozione – anche dopo la condanna del tribunale ecclesiastico – non persero l’occasione per mostrare il loro affetto nei confronti del venerato maestro.

Chi più di ogni altro consacrò gran parte della propria esistenza al rilancio della figura di Galileo fu Vincenzo Viviani. L’obiettivo principale dell’ultimo discepolo galileiano fu quello di evidenziare la legittimità e l’importanza delle scoperte astronomiche effettuate da Galileo, per sottolinearne la loro superiorità rispetto alle idee filosofiche e scientifiche tradizionali.

Iniziative promozionali che portarono Viviani a curare l’editio princeps dell’opera di Galileo, pubblicata nel 1656, ma soprattutto gli consentirono di preparare il terreno per l’erezione di un monumento funebre in Santa Croce, che avvenne tuttavia solo nel 1737. Seppellire Galileo in terra consacrata, infatti, oltre a facilitare la rimozione dall’immaginario collettivo del trauma intellettuale del processo, garantiva il pieno reinserimento dell’eredità scientifica del maestro in seno al dibattito culturale ufficiale.

Visti fallire tutti i tentativi di celebrare la memoria del filosofo, Viviani offrì un personale tributo al maestro, trasformando la facciata della propria dimora in una sorta di cenotafio laico, un monumento in aperto contrasto con le scelte imposte dall'autorità cattolica, che aveva negato il consenso per l’erezione di un sepolcro in Santa Croce.

La decorazione del palazzo, affidata all'architetto Giovan Battista De Nelli, oltre ad un busto posto sopra l’ingresso principale dell’edificio forgiato da Giovan Battista Foggini, comprende due cartigli figurati, allusivi alle scoperte effettuate da Galileo nella meccanica e nell'astronomia, e due cartelloni concepiti per ricordare la vita e le opere del maestro.