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Niccolò Riccardi

1585-1639

Genovese di nascita, Niccolò Riccardi si trasferì in Spagna in giovane età e là vestì l’abito domenicano. Nel 1629 succedette a Niccolò Ridolfi (1578-1650) nell’incarico di Maestro del Sacro Palazzo. Il “Padre Mostro” come veniva chiamato, non si sa se per l’eccezionale obesità o per la grande eloquenza e l’incredibile memoria, fu incaricato di revisionare il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (Firenze, 1632) prima della stampa. Riccardi si era già imbattuto in uno scritto di Galileo alcuni anni addietro: sulla base di un suo parere estremamente favorevole, Il saggiatore (Roma, 1623) aveva ottenuto l’imprimatur nel febbraio del 1623. I tempi però erano mutati, la prudenza nel trattare certi argomenti era obbligata e il Dialogo affrontava i temi caldi del sistema cosmico, mai esplicitati nel Saggiatore, incentrato di fatto sulla natura delle comete. A giugno del 1630, dopo che lo scienziato pisano si era recato a Roma, era stato accordato l’imprimatur per un’edizione romana del Dialogo, ma poco tempo dopo, il 1° di agosto il principe Federico Cesi moriva improvvisamente. La perdita di un appoggio insostituibile nella capitale pontificia spinse Galileo a cambiare luogo di edizione del libro. La revisione del Riccardi a distanza divenne così più problematica e i tempi si allungarono molto. Il “Padre Mostro” voleva vedere l’intero manoscritto, ma si accontentò alla fine di avere solo il proemio e la chiusa dell’opera. Imperversava, infatti, la peste e l’opera avrebbe potuto danneggiarsi.

Niccolò Riccardi iniziò a temporeggiare, probabilmente cosciente di come l’inquietudine di Urbano VIII (1568-1644) fosse sempre maggiore. Galileo ricorse allora al Segretario di Stato Andrea Cioli (1573-1641) che fece intervenire direttamente l’ambasciatore Francesco Niccolini (1584-1650), la moglie del quale era, fra l’altro, parente del Riccardi. Le pressioni sortirono l’effetto desiderato e alla fine il prelato scrisse all’Inquisitore fiorentino perché accordasse la licenza di stampa al libro, a condizione che l’argomento centrale non fosse quello delle maree, che la teoria copernicana fosse svolta solo come ipotesi e che nella chiusa del libro fosse esposta la dottrina del papa sulle ragioni dell’onnipotenza di Dio, che “devono quietar l’intelletto”.

Il “Padre Mostro” si ritrovò così, nonostante tutte le precauzioni, coinvolto nell’affaire che seguì. Grazie però alla grandissima stima che il Papa aveva di lui e alla sua elezione a membro della commissione giudicatrice del Dialogo che gli diede la possibilità di scagionarsi, riuscì ad attraversare indenne i fatti che seguirono, con l’unico scotto di passare da “aggirato”.