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Franšois de Noailles

1584-1645

Sia all’UniversitÓ che privatamente il conte Franšois de Noailles fu fra gli allievi padovani di Galileo, che nel 1603 lo menziona in un libro di conti per aver corrisposto il dovuto per le lezioni sull’uso del compasso geometrico e militare. Dello strumento il conte si ricord˛ molti anni pi¨ tardi, quando chiese al condiscepolo Benedetto Castelli (1577/8-1643) se fosse possibile averne un esemplare assieme a una copia del libro sulle Operazioni, dato che aveva perduto entrambi.

Tornato in patria Franšois de Noailles servý il re di Francia nell’esercito e ricoprý importanti incarichi pubblici. Nel 1632 fu designato ambasciatore presso il papa, ma si rec˛ a Roma solo nel 1634. Galileo, ricordandosi di averlo avuto come discepolo, gli fece pervenire le sue congratulazioni per il nuovo ufficio. Appena insediato, il Noailles prese contatti col Castelli per mettere appunto insieme a lui e all’ambasciatore toscano Francesco Niccolini (1584-1650) una strategia volta a mitigare la detenzione di Galileo ad Arcetri. Nonostante il diplomatico francese avesse fatto molti sforzi in questo senso, la manovra non sortý risultati apprezzabili; al termine della propria missione, l’unica cosa ottenuta fu di poter incontrare l’antico maestro sulla via del ritorno in Francia. Cosý nell’autunno del 1636 vide a Poggibonsi Galileo, che gli consegn˛ una copia manoscritta dei Discorsi e dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze (Leida, 1638) che sarebbero stati in seguito dedicati proprio a lui. L’intenzione di Galileo era quella di far pervenire all’estero il lavoro, per aggirare la censura ecclesiastica, che cercava di bloccare la circolazione delle sue opere con un divieto generale di pubblicazione. Come emerge dalla dedica al nobile francese, Galileo finse di non avere avuto parte nella stampa del libro, sostenendo che gli Elzeviri, una volta entrati in possesso di una delle copie arrivate oltralpe attraverso il Noailles, avevano provveduto a pubblicarla autonomamente e a sua insaputa. In realtÓ Ŕ noto che questo fu solo un escamotage precauzionale, dal momento che lo scienziato stesso intrattenne i rapporti con l’editore tramite l’amico Fulgenzio Micanzio (1570-1654).