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Opere > La prosa scientifica > La dignità del volgare

La dignità del volgare

"Con il Seicento siamo alla svolta decisiva: nascono le nuove scienze, svincolandosi dallo sterile metodo peripatetico, e questo spirito nuovo ha bisogno di un'espressione adeguata. Sarà il vecchio otre della scolastica, già malconcio per i colpi che gli hanno dato gli umanisti? O sarà l'elegante vaso antico dissotterrato e polito dal classicismo? Il latino, sia quello di tipo scolastico, sia quello di tipo umanistico, avrebbe certo il vantaggio di rivolgersi ai dotti di tutta l'Europa. Ma Galileo non ha solo dei concetti da esprimere: egli ha in sé un'energia, un entusiasmo, un furore di proselitismo che vuol esercitare non sulla corporazione dei dotti, catafratta di citazioni aristoteliche e di sillogismi pseudo-scientifici, ma sugli uomini che hanno esperienza di vita e ingegno aperto. A costoro non bisogna parlare in baos, ma servirsi di una lingua viva, che sia insieme capace d'arte e di scienza."

[Migliorini B., Lingua e cultura, p.141, Roma, Tumminelli, 1948]


Sommario

- La favella fiorentina.1
- Perchè tutti possano intendere1
- Contro il latino dei "filuorichi"1

La favella fiorentina

(...) Dispiacemi ancora della difficoltà che apporta ad Apelle l'aver io scritto nella nostra favella fiorentina; il che ho fatto per diversi rispetti, uno de i quali è il non volere in certo modo abusare la ricchezza e perfezion di tal lingua, bastevole a trattare e spiegar e' concetti di tutte le facoltadi; e però dalle nostre Accademie e da tutta la città vien gradito lo scrivere più in questo che in altro idioma. Ma in oltre ci ho auto un altro mio particolar interesse, ed è il non privarmi delle risposte di V. S. in tal lingua, vedute da me e da gli amici miei con molto maggior diletto e meraviglia che se fossero scritte del più purgato stile latino; e parci, nel leggere lettere di locuzione tanto propria, che Firenze estenda i suoi confini, anzi il recinto delle sue mura, sino in Augusta.

Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari, 1613, in Ed. Naz V, 189-190 [vai al testo]

Perchè tutti possano intendere

Ill.mo e Rev.mo Sig.re e Pad.n Col.mo

Con l'occasione del mandare a V. S. Ill.ma e R.ma una copia d'un mio trattato, scritto intorno alle cose che stanno su l'aqqua o che in quella si muovono, vengo a ricordargli la mia devozione e servitù rompendo quel silentio che varii accidenti, et in particolare una mia molto lunga indisposizione, mi hanno fatto usare per molti mesi. Mi è convenuto scriver questo Discorso in lingua italiana, acciò possa esser inteso, almeno in gran parte, da tutta la città, perchè così ha portato l'occasione di certa disputa, come nel principio dell'opera intenderà, se mai haverà ozio di dargli una lettura, sì come io sommamente desidero.

Lettera a Giuliano de' Medici 23 giugno 1612, in Ed. Naz XI, 334-335 [vai al testo]

Contro il latino dei "filuorichi"

Ho ricevuto dal S. Velsero avviso come la mia gl'è pervenuta, e che gl'è stata grata; ma che Apelle per hora non potrà vederla, per non intender la lingua. Io l'ho scritta vulgare perchè ho bisogno che ogni persona la possa leggere, e per questo medesimo rispetto ho scritto nel medesimo idioma questo ultimo mio trattatello: e la ragione che mi muove, è di vedere, che mandandosi per gli Studii indifferentemente i gioveni per farsi medici, filosofi etc., sì come molti si applicano a tali professioni essendovi inettissimi, così altri, che sariano atti, restano occupati o nelle cure familiari o in altre occupazioni aliene dalla litteratura, li quali poi, benchè, come dice Ruzzante, forniti d'un bon snaturale, tutta via, non potendo vedere le cose scritte in baos, si vanno persuadendo che in que' slibrazzon ghe suppie de gran noelle de luorica e de filuorica, e conse purassè che strapasse in elto purassè; et io voglio ch' e' vegghino che la natura, si come gl'ha dati gl'occhi per veder l'opere suo così bene come a i filuorichi, gli ha anco dato il cervello da poterle intendere e capire.

Lettera a Paolo Gualdo 16 giugno 1612, in Ed. Naz XI, 327 [vai al testo]